Il 21 febbraio si è svolta la prima delle Giornate SIMI 2019

Sono tre in tutto e sviluppano il tema “Governare la paura”. Nel primo appuntamento tre docenti di varie università hanno parlato del sentimento di insicurezza verso i migranti da un punto di vista antropologice teologico-biblico

Giovedì 21 febbraio 2019 si è tenuta a Roma la prima delle tre Giornate SIMI 2019, il ciclo di incontri promossi dallo Scalabrini International Migration Institute – SIMI, in collaborazione con la Fondazione Centro Studi Emigrazione di Roma (CSER) e Casa Scalabrini 634 per approfondire il fenomeno migratorio con studiosi ed esperti. La serie di appuntamenti ospitati dalla sede scalabriniana di Via Dandolo 58 a Roma ha quest’anno per tema Governare la paura, e intende far luce sul sentimento di insicurezza che ostacola la solidarietà verso i migranti (recentemente tematizzato anche nel meeting Comunità accoglienti: liberi dalla paura, aperto da papa Francesco a Sacrofano).

Nell’incontro del 21 febbraio, dal titolo Ho avuto paura e mi sono nascosto” (Gn 3,10), si è cercato di comprendere la dimensione antropologica della paura e la sua configurazione nella riflessione teologico-biblica. Gli interventi sono stati moderati da fratel Gioacchino Campese, direttore generale di Casa Scalabrini 634 recentemente eletto consigliere regionale dei missionari scalabriniani di Europa e Africa. Sono intervenuti Jean-Louis Ska, Chiara Palazzini e Gabriella Cotta.

Il 21 febbraio si è svolta la prima Giornata SIMI 2019 Sono tre in tutto e sviluppano il tema “Governare la paura”. Nel primo appuntamento tre docenti di varie università hanno parlato del sentimento di insicurezza verso i migranti da un punto di vista antropologico e teologico-biblico

Jean-Louis Ska: “Dalla paura al timore di Dio

«Le potenze umane sono tutte fragili, tutte effimere e possono essere distrutte, come l’esercito del faraone» ha dichiarato Jean-Louis Ska, biblista e docente di Esegesi dell’Antico Testamento presso il Pontificio Istituto Biblico, che ha presentato una relazione dal titolo Gli egiziani furono presi da spavento di fronte agli israeliti. La paura, l’oppressione, la schiavitù nel libro dell’Esodo.

«La potenza di Dio è ben diversa, è di un’altra natura, di un’altra categoria, perché è quella che mantiene il popolo in vita. L’esistenza del popolo dipende da questo tipo di timore. Occorre passare dal timore dell’esercito del faraone, timore di una potenza umana, al timore di ciò che è superiore, e che consiste nel venerare, rispettare, nell’evitare di peccare. Da questo dipende l’esistenza del popolo di Israele».

Il 21 febbraio si è svolta la prima Giornata SIMI 2019 Sono tre in tutto e sviluppano il tema “Governare la paura”. Nel primo appuntamento tre docenti di varie università hanno parlato del sentimento di insicurezza verso i migranti da un punto di vista antropologico e teologico-biblico

Chiara Palazzini: “Puntiamo sulla speranza e sulla comunità

«Forse c’è ai giorni nostri una paura che raggruppa tutte le paure, è la percezione della mancanza di sicurezza, il non sentirsi sicuri a vari livelli – così Chiara Palazzini, docente di Pedagogia e Psicologia in prospettiva teologico-pastorale presso la Pontificia Università Lateranense – Ho riflettuto su una possibile lettura, che vi propongo. Credo che la paura oggi nasca soprattutto dal disagio di vivere, da un disagio esistenziale, da una percezione di frammentarietà che va contro quel bisogno di integralità, di unità armoniosa che ciascuno di noi ha.C’è sempre qualche pezzo che manca, o che si è rotto.

Che fare? Su che cosa possiamo lavorare? Due elementi: la speranza, come virtù architettonica, che ha bisogno di essere attivamente costruita con sudore e lacrime, e la capacità di costruzione comunitaria: ciascuno di noi se ne faccia portatore a tutti i livelli».

Gabriella Cotta: “Smontiamo l’immagine di un uomo a-relazionale

«Come si può governare la paura? Prima di tutto, dissolvendo l’ignoranza – ha detto Gabriella Cotta, docente di Filosofia politica presso la Sapienza Università di Roma – ma poi bisognerebbe ricostruire un’immagine antropologica, superare, combattere smontare questa diffusione e permanenza di un’immagine contraddittoria: quella di un uomo a-relazionale, proiettato interamente su di sé in modo autoreferenziale, che rende l’uomo sempre più insicuro.

L’essere umano perderà la paura nella misura in cui si vedrà ontologicamente, naturalmente, costitutivamente posto nella relazione con l’altro e capace di bene, cioè di rintracciare se stesso nell’altro».