Morti di migrazione (più di 300 in meno di una settimana)

Per padre Gonçalves, vicario generale della congregazione scalabriniana, i tanti cadaveri negli ultimi giorni di agosto 2015 sono «una spina nella coscienza» per quanti lottano a favore dei migranti

Il 25 agosto 2015 le autorità della Comunità europea, responsabile per le operazioni di salvataggio nel Mediterraneo, incrociano una barca sovraffollata in un disperato tentativo di raggiungere il sud Italia. La nave trasportava oltre 600 migranti. Tra di loro, i cadaveri di 51 persone morte per soffocamento durante la traversata.

Il 26 agosto in Austria, vicino al confine con la Serbia, un furgone parcheggiato lungo una strada attira l’attenzione della polizia. Si scopre che il mezzo è stato abbandonato con 71 cadaveri di immigrati che cercavano di attraversare la cosiddetta rotta dei Balcani (Turchia, Grecia, Macedonia, Serbia e Ungheria). Anche questi sono morti per asfissia, non si sa esattamente da quanto tempo.

Tre giorni dopo, il 28 agosto, vicino alla costa della Libia un’altra barca anch’essa stracarica, affonda. Una manovra la fa colare a picco. Degli oltre 400 immigrati a bordo, solo 200 sono stati tratti in salvo dalla pattuglia di soccorso. Risultato: circa 200 cadaveri, decine dei quali alla deriva, altri affondati insieme all’imbarcazione.

In meno di una settimana, il numero di cadaveri di immigrati che si erano avventurati in Europa alla ricerca di un futuro migliore oltrepassa la cifra di 300. Naturalmente, una spina nella coscienza di tutti coloro che lottano per i diritti e la dignità della persona umana.

Padre Alfredo J. Gonçalves, cs