Padre Augusto, martire della libertà

Un libro racconta la vicenda di padre Parinetto, il giovane missionario scalabriniano morto il 12 giugno del 1945 tre mesi dopo un crudele pestaggio subito da parte di un gruppo di camicie nere introdottosi nella canonica in cui avevano trovato rifugio alcuni partigiani

La breve vita di padre Augusto è un libro che racconta la vita di un giovane missionario scalabriniano e in particolare dei suoi ultimi mesi di vita, durante il periodo conclusivo della seconda guerra mondiale.

Padre Augusto Parinetto muore il 12 giugno del 1945, a soli 26 anni, tre mesi dopo un crudele pestaggio subito da parte di un gruppo di camicie nere introdottosi nella canonica di Nove, nella diocesi di Vicenza, dove avevano trovato rifugio alcuni partigiani e dove il missionario si trovava in attesa di partire per le Americhe, vista l’impossibilità a viaggiare a causa della guerra. Le sue spoglie riposano nella tomba di Congregazione a Piacenza.

Trent’anni di ricerche

Pubblicato recentemente dalla Fondazione Centro Studi Emigrazione di Roma (CSER) e liberamente scaricabile, il volume è stato scritto da Josephina Parinetto, nipote del protagonista, al termine di un lavoro di ricerca durato trent’anni, in cui ha raccolto racconti e testimonianze di quanti lo hanno conosciuto e hanno vissuto da vicino i fatti dell’aggressione. Il testo è stato presentato il 21 ottobre 2021 nella Biblioteca di Pieve del Grappa, presso il Palazzo Reale di Crespano.

Il libro non solo ricostruisce il contesto sociale ma evidenzia l’impegno profuso dal protagonista di fronte alla serietà del percorso di preparazione richiestogli dalla vocazione religiosa. Una formazione sacerdotale i cui ultimi anni coincidono con l’inizio del conflitto mondiale, le cui conseguenze appaiono ben visibili anche nell’ambiente protetto del seminario a Piacenza.

Il pestaggio, la morte

In un tempo in cui non si poteva dubitare apertamente degli alleati e della strategia del fascismo, il giovane seminarista nelle sue lettere non temeva di esprimere i suoi fondati dubbi su “le mosse tristi di Hitler (il Capo del governo della Germania)”.

Quando la notte del 1 marzo 1945 una feroce milizia fascista raggiunge la canonica, padre Augusto nega la presenza di fuggiaschi nel tentativo di salvarli. Viene brutalmente picchiato e i due ricercati vengono scoperti. Dopo una notte di inferno, il missionario riesce a inviare al vescovo di Vicenza un messaggio per informarlo. Lasciata la canonica, impiega quattro giorni per raggiungere l’unico istituto scalabriniano raggiungibile, quello di Cermenate.

Malconcio e fortemente provato dai dolori, sembra riprendersi e viene quindi inviato a Civiglio, sul lago di Como. Morirà il 12 giugno del 1945, vigilia del suo secondo anniversario di sacerdozio a causa dei colpi e delle ferite riportate nell’aggressione della notte del 1 marzo.

Non ha risposto al male con altro male

«Il sacrificio di padre Augusto è stato pienamente compreso? È la domanda che il libro pone e che riecheggia in ogni commento alla storia raccontata – ha dichiarato padre Gaetano Saracino è passato del tempo tra quella notte e il giorno della sua morte e (…) i fatti dell’aggressione sono avvenuti in un luogo e la morte in un altro, a trecento chilometri di distanza. Questo non ha permesso di contestualizzare i fatti che solo la ricerca testimoniale postuma ha potuto ben appurare e collegare.

Una seconda considerazione risiede nel fatto che padre Augusto si confidò solo con un confratello il quale, alla premura nel ricoverarlo e assisterlo in un percorso di guarigione, non fece seguire quella di accertare i fatti con dovizia né in quei giorni (di vera e propria rivoluzione) né in seguito. (…)

Né passa inosservato il fatto che su tutto quanto gli fosse capitato, padre Augusto non proferì mai un commento o una forma di espressione rabbiosa o di ira. Se portasse nel cuore il perdono lo sa solo Iddio, anche se dal ritratto spirituale in nostro possesso, non è fuori luogo pensarlo; di sicuro resta la testimonianza di chi non ha risposto al male con altro male».